venerdì 28 ottobre 2016

Fallout 4 - Impressioni di gioco





 Per chi si avvicinasse per la prima volta in assoluto a questo ultimo capitolo di una serie molto amata e seguita urge il suddeto avvertimento: Fallout 4 è un grande gioco, in tutti i sensi, ma anche molto complesso.
All'inizio è quasi spiazzante, per la mole di cose che si deve fare e per tutte le quest e subquest proposte. Ci vogliono circa 10 / 15 ore solo per capirci qualcosa e orientarsi sul dove andare e con chi interagire per proseguire nella storia (e ve lo dice uno che già padroneggia abbastanza bene le avventure create da Bethesda Soft. avendo giocato e rigiocato Fallout 3 e Fallout: New Vegas).
In particolare la mappa di gioco risulta colma di locazioni da esplorare e luoghi da scoprire che la riempiranno mano a mano sempre di più (partendo dalla spoglia situazione inziale costituita esclusivamente dal Vault 111 e consentendo poi di utilizzare l'opzione di spostamento rapido tra un luogo e un altro) e ben presto il giocatore sarà reclutato da una delle fazioni presenti nel gioco (costituite dai Minutemen, dalla Confraternita d'Acciaio, dai Railroads, dall'Istituto, solo per citarne alcune) per svolgere compiti specifici in loro favore, al fine di ottenere la supremazia politica e territoriale.
Anche la radio sarà parte attiva delle missioni proposte, dal momento che, in base alle location, ci saranno particolari richieste di aiuto presenti su determinate frequenze che richiederanno al giocatore di sintonizzarsi e di compiere determinate azioni.
Diciamo subito che l'iniziale spiazzamento è dovuto l'interfaccia un pò meno, a mio avviso, "user friendly" rispetto alle avventure precedenti...
Risulta un pò complicato destreggiarsi, almeno all'inizio, a meno di non utilizzare, come detto, l'utile mappa, sempre molto completa e di facile lettura. Ma forse si tratta di una scelta di design da parte degli sviluppatori per immergere ancora di più il giocatore nella difficile realtà che hanno concepito.
Onestamente tale scelta mi ha un pò precluso il divertimento e la voglia di giocare durante le prime ore di avvicinamento al gioco . L'ho trovata un pò forzata, quasi che volessero aumentare artificiosamente il numero delle ore richieste al giocatore per padroneggiare il gioco e le sue dinamiche. In particolare le informazioni presenti a video non sono particolarmente chiare e di facile lettura e obbligano a passare frequentemente al Pipboy.
Il mitico Pipboy è l'essenza dell'interfaccia di tutti i Fallout: un computer da polso che racchiude in sé tutte le informazioni significative per il giocatore, quindi il livello di salute, l'inventario di armi, oggetti e cibo, la mappa, la radio e l'elenco delle missioni unitamente a molte altre informazioni (come il livello di sviluppo del proprio personaggio, costituito da vari parametri).
Ritorna anche il sistema di puntamento S.P.A.V. che permette di mirare a parti specifiche dei nemici durante i combattimenti ma che è possibile utilizzare solo quando la barra dei punti è piena (tali punti si consumano progressivamente mano a mano che si utilizza tale sistema, ma si ricaricano anche molto velocemente mentre il personaggio rimane fermo).
Comunque, superato lo scoglio iniziale costituito dal capire come muoversi e cosa fare, presa un pò di confidenza ed acquisita un pò di esperienza (che ci consente anche di non morire ogni volta che incontriamo un nemico) il gioco comincia a dipanarsi in tutta la sua maestosità, proponendoci situazioni e intrecci sempre più interessanti (anche se non particolarmente originali). In particolare il fatto di aggregarsi ad una fazione rispetto ad un'altra influenzerà lo scorrere degli eventi e condurrà ad un finale specifico a seconda della strada perseguita nel corso dell'avventura e delle scelte morali che si saranno prese.

Ma partiamo dalla storia principale: il presupposto è quello di un futuro distopico, prodotto di una guerra termonucleare che negli anni '50 ha quasi condotto l'umanità all'estinzione, relegando i pochi (ricchi) fortunati a salvarsi in grandi strutture sotterranee, i vault, mentre la terra è diventata una landa desolata e profondamente trasformata nella flora e nella fauna a causa dei nefasti effetti delle radiazioni.
Avendo il protagonista comprato da un venditore porta a porta (!) un posto per sé, la moglie e il figlio, all'inizio della deflagrazione atomica gli è stato permesso di entrare in una di queste strutture sotterranee e di essere chiuso in una capsula in animazione sospesa, cosa che gli ha concesso il lusso non solo di non invecchiare ma anche di evitare di diventare preda delle famigerate radiazioni che saranno poi una variabile di cui tener conto nel corso dell'esplorazione.
Durante il suo sonno criogenico, alcuni "predoni" sono però riusciti ad introfularsi nella struttura dove hanno provveduto ad uccidere la moglie e hanno avuto anche la bella idea di rapirgli il giovane figlio. Il protagonista assiste impotente a questa scena dalla propria capsula ma non riesce a liberarsi, fino a quando un evento esterno non gli permette di "staccarsi" e di cominciare la sua quest alla ricerca del figlio perduto. Peccato che siano passati circa 200 anni da quando è stato incapsulato, nonchè una manciata (ma anche qualcosa di più) di anni da quando il figlio è stato rapito e il suo mondo sia parecchio cambiato (in peggio).
Fortunamente in suo aiuto arriveranno diversi comprimari controllati dal computer, con le fattezze iniziali di un cane lupo, quindi di un sintetico che ha assunto la simpatica personalità di un investigatore privato degli anni '40 (Nick Valentine, che poi è il mio comprimario preferito), di altri robot e umanità di varie specie. Insomma sarà assistito e in parte condotto per buona parte della storia (questo fatto per ovviare, a mio avviso, alle deficenze dell'interfaccia).
Anche la componente legata all'adesione alle varie fazioni in gioco aumenta di parecchio la longevità per cercare di capire come si dipanerà l'eventuale finale determinato dalle scelte effettuate, a patto, però (se non si vuole rigiocare da capo tutta l'avventura, si parla di diverse decine di ore) di salvare prima di determinati punti, comunque ben evidenziati da una specifica schermata che avverte che la scelta della fazione con cui si decide di proseguire comporta il fatto di essere considerato un nemico di quelle rimanenti. Fino a tali punti è possibile svolgere le attività mantenendo una certa neutralità, ma oltre tali minestone non si può più ritornare sui propri passi (a meno di avere un salvataggio specifico).

 Concludendo: chi ha giocato (ed apprezzato) i precedenti capitoli non sarà deluso da questa nuova avventura. Nonostante l'inizio possa essere un pò ostico, superato lo scoglio iniziale il giocatore si troverà immerso in un mondo vivo e suggestivo, dove le scelte fatte influenzeranno il proseguo della storia. Unica pecca risulta il comparto grafico che non è migliorato molto (almeno su Xbox One) rispetto ai prequel pensati sulle piattaforme della scorsa generazione; sembra quasi un upgrade della grafica della scorsa generazione, ma non tocca certo particolari vette estetiche: gli sviluppatori potevano fare qualcosa di più, ma ciò comunque non preclude la fruizione e il divertimento. Consigliato a tutti gli amanti delle avventure basate sull'esplorazione e che richiedono tante ore per essere apprezzate e padroneggiate in tutta la loro vastità.




martedì 7 giugno 2016

XENOBLADE CHRONICLES X - Recensione per Wii U




Buongiorno a tutti,
tra un impegno e l’altro volevo scrivere di un videogioco per Wii U che è uscito a inizio Dicembre dello scorso anno e che mi sta entusiasmando parecchio: Xenoblade Chronicles X.
Per i meno esperti faccio una breve introduzione per darvi un’idea più chiara su cosa stiamo parlando.
Innanzitutto vi racconto di come è nata la mia passione per i videogiochi: ho iniziato quasi trentacinque anni fa grazie a mio padre che per Natale mi regalò il mitico VIC 20 della Commodore, uno dei primi Personal Computer accessibili al grande pubblico (quelli precedenti avevano prezzi proibitivi e non erano studiati per essere “user friendly”). Grazie a questa prima scatoletta attaccata alla tv in bianco e nero di cui disponevamo, io e mio fratello Enrico, aiutati da una grande fantasia, ci immergevamo in mondi virtuali sempre diversi e pieni di fantastiche sorprese.
La grafica era ridicola (rispetto alle produzioni attuali) e l’interazione con ciò che si vedeva a schermo molto limitata ma questo non ci impediva di spenderci alcune ore della giornata per cercare di venire a capo delle avventure che affrontavamo (anche solo per capire i controlli dei personaggi!). Tra l’altro, essendo ancora agli albori l’industria dei videogiochi da casa, tutto il materiale era in Inglese e questo era anche un incentivo per imparare la lingua di Albione e cercare di espandere l’esperienza di gioco.
In questi ultimi anni, tra una cosa e l’altra e potendo dedicarle sempre meno tempo, ho continuato ad alimentare questa mia passione, passando attraverso svariati sistemi casalinghi e provando differenti tipologie di giochi, per cui, con la massima umiltà, posso dire di aver maturato una certa esperienza, sicuramente influenzata dai gusti personali (cinema e fumetti soprattutto).
Tornando al titolo di cui voglio parlare posso dire che si tratta di un classico jrpg, ovvero un “japanese role playing game”: un gioco di ruolo di stampo tipicamente giapponese, basato sullo sviluppo delle caratteristiche del proprio personaggio e del gruppo di individui (il party) che lo accompagna nel corso di una storia molto lunga e coinvolgente.
Questo tipo di giochi comporta che ci sia un mondo molto vasto da esplorare, che si eseguano diverse azioni (di solito combattimenti ma ci sono anche altri obiettivi) legate a delle missioni che permettono di progredire nella storia principale fino all’epilogo conclusivo (che poi permette di continuare ad interagire ed esplorare il mondo senza soluzione di continuità, quindi in teoria il gioco non finisce mai).
Quindi si parte da un personaggio “grezzo” che ha delle caratteristiche fisiche e delle abilità molto limitate che migliorano nel corso della storia mano a mano che si affrontano i diversi capitoli della vicenda, affrontando i nemici più semplici e poi passando ai boss sempre più potenti (che rilasciano anche maggiori ricompense) e svolgendo le quest principali e secondarie che il gioco ci propone.
Naturalmente se il personaggio non raggiunge un certo livello non può affrontare determinate missioni, quindi per progredire nella storia occorre che abbia acquisito delle caratteristiche tali da permettergli di sbloccare i capitoli successivi.
Detto così sembra qualcosa di abbastanza complesso e macchinoso ma vi posso assicurare che dopo un momento iniziale di imbarazzo dovuto alla vastità delle cose che si possono fare e gestire, una volta che ci si è presa la mano e ci si è immersi nel mondo tutto comincia a dipanarsi in modo naturale e si viene completamente assorbiti dalla storia e dalla voglia di far progredire le statistiche che riguardano il proprio personaggio e di vedere cosa gli sviluppatori abbiano messo in serbo per noi.
Xenoblade Chronicles X è sviluppato da Monolith Soft, una software house giapponese, che ha iniziato la sua attività alla fine degli anni '90 e si collega idealmente (anche se dal punto di vista della storia non ci azzecca nulla, perché ogni capitolo è separato dagli altri) alle altre avventure uscite che richiamano il titolo di questa ultima fatica (Xenogears, ecc.), come struttura generale di gioco, caratterizzazione dei personaggi, sviluppo delle missioni e approccio richiesto al giocatore.

Certo, il fatto che le attuali piattaforme di gioco e i supporti digitali consentano l’elaborazione di un numero superiore di dati e di informazioni ha permesso di aumentare l’esperienza, includendo mondi dalle dimensioni sempre più ragguardevoli, un numero maggiore di missioni e arricchendo il comparto grafico e sonoro fino a raggiungere livelli di assoluta eccellenza (come in questa ultima fatica).
La parola che viene in mente pensando a questo gioco è vastità. La storia si svolge su un pianeta, Mira, caratterizzato da cinque contenti diversi, dalle ambientazioni vastissime, estremamente popolati dal punto di visto della flora e della fauna e interamente esplorabili.
L'umanità è stata attaccata da una razza aliena che ha invaso la Terra e solo una grande astronave, la Balena Bianca, è riuscita a fuggire indenne dal nostro pianeta prima che venisse spazzato via e a rifugiarsi su questo nuovo avamposto per l’umanità.
Peccato che gli alieni siano riusciti a danneggiare l’astronave prima che potesse atterrare e per questo motivo si è verificato un atterraggio d’emergenza che ha causato la morte di molti occupanti, schiantatisi durante le disperate operazioni che si sono rese necessarie.
Di qui inizia l’avventura del nostro personaggio (il cui aspetto, nonché il nome, è completamente configurabile tramite un apposito editor ad inizio del gioco, questo è forse l'unico neo del gioco in quanto si poteva fare di più dal punto di vista della caratterizzazione del personaggio). Il nostro alter ego è trovato ancora vivo in una capsula che si è staccata dalla nave madre ed è così prontamente reclutato da Elma, la coprotagonista della storia che lo conduce a New Los Angeles.
Dopo un breve periodo di spaesamento (in tutti i sensi) e di addestramento il personaggio verrà assegnato ad una unità militare chiamata B.L.A.D.E. che lo autorizzerà ad esplorare liberamente il nuovo mondo in cerca di nuovi manufatti e di diverse locazioni e di sviluppare nel contempo le tecniche di combattimento ed il proprio equipaggiamento, svolgendo le diverse missioni che mano a mano si presenteranno. Ad un certo punto, poi, dopo aver conseguito la patente (!) il nostro eroe avrà accesso a degli esoscheletri potenziati da combattimento (sullo stile di Gundam, Patlabor o Robotech per chi è vecchietto come me, oppure Evangelion per chi è più giovane) che lo renderanno una vera macchina da guerra, con una potenza di fuoco esagerata.
Diciamo che una volta ottenuti tali mezzi (tra l’altro resi benissimo, con un mecha design davvero ispirato) si entra nella fase più calda del gioco e i combattimenti sono molto più appaganti e divertenti. Peccato che al sottoscritto ci siano volute quasi quaranta ore (!) per pervenire a tale risultato e vi posso dire che non è stata una passeggiata. Il problema dei jrpg è proprio il fatto che non sono per nulla semplici e che richiedono molto tempo per essere padroneggiati e sviscerati in tutte le loro componenti, però se si ha la voglia e la pazienza di farlo, possono dare grandi ricompense ed enormi soddisfazioni e Xenoblade non fa certo eccezione in tal senso.

MODUS OPERANDI
Ho giocato su Wii U per 80 ore, sono al livello 50, ho comprato 6 skell e ho completato la storia principale (ma non ancora tutte le subquest, che richiedono un grande esborso di tempo...).

VERDETTO
Si tratta sicuramente di un gioco eccezionale, vastissimo come ambientazioni e ricco di cose da fare. Non è certo per tutti (e soprattutto non lo consiglierei ai bambini, sia per le tematiche trattate sia perché richiede grandi dosi di pazienza e molta dedizione, quindi una fruizione che non è molto immediata, inoltre non è localizzato in italiano, tranne per i sottotitoli), però una volta entrati nell’ottica si può gustare appieno un’esperienza che non ha pari dal punto di vista ludico. Unica pecca la storia che rispetto ad altre produzioni di Monolith Soft è un po’ sottotono e per lo più funzionale al gioco (mentre nelle avventure precedenti si cercava di introdurre dei temi più adulti, con dei richiami alla religione, alla filosofia ed alla realtà storica contemporanea). In ogni caso vi terrò incollati al televisore per tante ore e non vi stancherete facilmente delle sue ambientazioni e delle sfide proposte, quindi vale sicuramente il prezzo d'acquisto. 
Inoltre, con l'annuncio della nuova console di Nintendo per il 2017, rimane una delle ultime mega produzioni per la Wii U, quindi può benissimo colmare l'attesa nel periodo che intercorre fino al lancio della nuova generazione di hardware.


venerdì 13 maggio 2016

Person of Interest, greatest show of recent years

There is little to do, when a show has an interesting plot, well-designed characters and stories that go beyond the case of the week and embrace a long arc of time with a non-linear development and showing surprising twists, we can only talk about a masterpiece. 
Behind all this could be only a wizards like J.J. Abrams, author of Alias, Lost, of the new Star Trek films and behind other series and movies, here as producer, while the deus ex machina is Jonathan Nolan, brother of Christopher who has given so much to the imaginary, with the trilogy of the Dark Knight (aka Batman) or other pearls like Memento or Inception movies. 
But back to the show in question. Let's say that gives a nod to those who have roughly forty years and have witnessed the evolution of computers since childhood from simple boxes with low memory and limited functions until modern mega processors that can do billions of operations by second and run more applications at once without (apparently) minimum effort. 
Well, for those whom like myself saw films in the early '80s on the drift of so-called artificial intelligence, with catastrophic results for the most part, see for example "Wargames" with a computer playing at Risk with a boy pointing the true missiles to the Union Soviet or "Terminator" with Skynet computer who understands that the real problem for the planet is mankind and decides to eliminate it by creating the title robot, for those who have this background about dangers of leaving too much decision-making power to not human brains, this is the right product. 
The brilliant Finch develops one intelligences that resets every night not to become too "expert" and with its algorithms allows to anticipate the crimes that occur in the city of New York, by monitoring the common people through the cameras present everywhere. This intelligence provides daily a social security code that then it is up to Finch decipher to understand whether it refers to a possible victim or a perpetrator. 
Our programmer, unfortunately, following an accident that maimed him and killed another inventor of the machine, does not have the physical ability and prowess necessary to protect or secure the person of interest the system has indicated and here comes John Reese, a former soldier who at the beginning of the series is a homeless who wanders aimlessly around the NY tube but hides behind a shabby appearance uncommon skills. Reese is recruited by Finch along with Detective Fusco, Root, a sympathizer of the machine crazy like an horse and other characters masterfully conceived in their nuances and their humanity, which form the core and the glue of the whole affair, that at some point will also assume a dark tone when a second artificial intelligence, known as "Samaritan", is added to the scene, a machine much more paranoid and perverse than the one created by Finch (because it does not reset daily!) and that see our characters as a threat to be eliminated. 
And we are right in this situation at the beginning of the fifth season, which will be the last, with only 13 episodes that separate us from the end of this adventure that for me was really exciting. It started a bit subdued, as if it were a minor show, without much expectation, but the ability of writers to add new variables and create an articulated plot made extremely enjoyable and interesting the episodes, leaving the viewer the desire to understand what will happen and what consequences will affect characters' decisions. For sure it can not be defined as a series of science fiction but certainly conveys some interesting issues that are extremely relevant, the most important of which is definately the post 9/11 american paranoia for communications and message control on the national territory which has in recent years led to numerous debates and driving to least questionable positions.  
This series brings to the extreme the concept of privacy violation, for which no one is immune from being monitored and checked 24/7, in a way to allow the use of every mean necessary to foil possible terrorist threats reaching security of good citizens. 
The problem is that the decision-making power on the severity of a possible threat is attributed in the fiction to a machine, that has not the humanity to ensure the best choice, because it can only taking into account the objective variables. 
In any case, I recommend to everyone to watch this beautiful show, with the regret that we have eventually come to the end of a long journey started five years ago and that it will surely leave in the collective imagination some issues that will surely of public domain in the next decade.

Update (06/22/2016)

Unfortunately, the series has ended ... The last 13 episodes were rich in twists and certainly it can not say that there was a "happy ending", as some of the main characters perished in a desperate attempt to stop Samaritan. The same "machine" has kicked the bucket to allow for an end to the antagonistic artificial intelligence domain. 
I must say that I fell over a tear when the end credits of the last episode passed but I can not say that the ending surprised me, because it was basically consistent with the general tone of the series, clearly inspired to the inevitability of fate and the fact that, as we try, our actions, albeit following different paths, will always lead to the destination that fate has decided for us. And this is well represented by an episode where the machine virtually recreates the lives of his "assets" by deleting its existence and the impact it has had in their choices. As you'll see many of the characters will still meet the fate that was destined to suffer, albeit with very different motivations and states of mind.
If someone could think that I've changed my mind with respect to the series, nothing more wrong! It continues to be a masterpiece that deserves to be seen (and enjoyed) by the general public.

lunedì 9 maggio 2016

Captain America: Civil War

Sono riuscito finalmente a vedere l'ultimo film della Marvel e devo dire che non sono rimasto deluso.
A mio avviso Captain America è il personaggio che la Marvel è riuscita a delineare meglio ed è anche quello che mi ispira di più in tutto il cosidetto MCU (Marvel Cinematic Universe). 
Steve Rogers è un gracile ragazzo cresciuto a Brooklyn negli anni '40, che compensa i pochi muscoli con un grande cuore e con il coraggio che lo fa affrontare gente molto più grossa e pesante di lui, per contrastarne la prepotenza ed affermare la sua idea di giustizia.
Tale integrità lo porta a partecipare ad un progetto per creare un super soldato, visto che il suo desiderio più grande, da bravo americano patriottico, sarebbe servire il proprio paese durante la Seconda Guerra Mondiale. Inutile dire che va quasi tutto storto ma grazie a tale evento diventerà il mitico Capitain America, arrivando, per una serie di vicissitudini, "integro" fino ai nostri giorni.
A questo punto sarà, insieme a Tony Stark (a.k.a. Ironman) uno dei leader degli Avengers, un gruppo di eroi dotati di super poteri o di capacità straordinarie a seconda dei casi, che si oppone ai cattivoni che vogliono sconvolgere l'ordine mondiale. 
Il fatto è che gli Avengers sono quasi indistruttibili e per quanto si possano far male e rompere, non c'è quasi mai il rischio che muoiano, mentre la gente per cui combattono, a causa dei piani dei cattivi di turno o anche per imperizia dei nostri nell'affrontare le varie missioni, le persone comuni che si trovano a transitare "nei parages" (per citare Aldo Baglio) finiscono di solito in malo modo, spesso ferite gravemente se non ammazzate.
Questo continuo escalation di morti sembra non avere soluzione di continuità, come sottolinea giustamente Visione, uno degli ultimi acquisti nella squadra dei buoni, visto che i super eroi hanno poteri sempre più potenti e quindi gli antagonisti devono poterli contrastare alla pari e questo comporta battaglie sempre più cruente, armi sempre più micidiali e risultati catastrofici per il pianeta e la popolazione che ci vive.
Dopo l'ennesimo evento infausto che causa la morte di alcuni civili le autorità mondiali decidono di mettere sotto controllo questo gruppo di persone "dotate" e questo fatto comporta la prima incrinatura nei rapporti tra chi, come Tony Stark,  è favorevole a sottoscrivere gli accordi di Sokovia e chi, come il nostro Capitano, non intende lasciare il potere decisionale nelle mani di una banda di burocrati ma preferisce poter decidere come e quando intervenire.
A questo si aggiunge la ricomparsa in scena di Bucky Barnes, il miglior amichetto di Steve Rogers, come lui reduce dal passato e con la testa un pò "brainwashed" dall'organizzazione criminale meglio nota come Hydra.
Insomma un bel plot per costringere i nostri a dividersi in due fazioni e a darsele di santa ragione, creando di fatto due schieramenti antitetici che si battono per l'affermazione o la negazione del principio della libertà di scelta e di autoregolamentazione. 
Non sto a rovinarvi il film con degli spoiler, voglio però dire che la pellicola mi sembra molto ben riuscita per il modo in cui riesce a bilanciare le scene che preparano all'azione con l'azione vera e propria. Mentre Age of Ultron mi era sembrato un pò troppo sopra le righe e con poco spazio per l'introspezione e per farci capire le motivazioni dei protagonisti, questo ultimo film dei fratelli Russo mi sembra più riuscito perché dà sufficiente spazio a tutti i personaggi, permettendoci di cogliere la loro umanità e le loro debolezze, molto più di quanto capitasse in altre pellicole. Certo l'effetto carcassone con esplosioni e mega zuffe è sempre in agguato dietro la porta, avendo anche a disposizione una pletora di super eroi di tale caratura, ma trovo che in Civil War si sia raggiunto il giusto bilanciamento tra la fase narrativa e quella action, per cui le scene spettacolari hanno più senso logico perché meglio inserite nella storia.
Tutto questo rende la narrazione molto più fluida e meno "pesante" a tutto vantaggio degli spettatori che possono anche cogliere i consueti tocchi di ironia che sono un "must" per tutte le pellicole targate Marvel, così come lo è il cameo dell'inossidabile Stan Lee che qui fa la parte di un corriere che deve consegnare un pacco a Tony Stark alla fine del film.
Quindi consiglio assolutamente questa pellicola a tutti gli appassionati Marvel, giovani e meno, a mio avviso solo di poco inferiore a Winter Soldier che rimane il film più bello (soprattutto perché la trama risulta più elaborata) della trilogia relativa a Captain American.

venerdì 6 maggio 2016

Person of Interest, più bel telefilm degli ultimi anni

C'è poco da fare,
quando un telefilm ha una trama interessante, dei personaggi ben concepiti e delle storie che vanno al di là del "case of  the week" ed abbracciano un arco temporale ampio e con uno sviluppo non lineare e ricco di colpi di scena e trovate sorprendenti non si può fare a meno di parlare di capolavoro.
Dietro tutto questo naturalmente non poteva che esserci un geniaccio come J.J. Abrams, già autore di Alias, Lost, del nuovo Star Trek cinematografico e di altre serie e film, qui nelle vesti di produttore, mentre il deus ex machina è Jonathan Nolan, fratello di quel Christopher che tanto ha dato all'immaginario cinematografico, che comprende la trilogia del Cavaliere Oscuro (a.k.a. Batman) o altre "perle" come Memento o Inception.
Ma torniamo al telefilm in questione. Diciamo che strizza l'occhio a chi ha all'incirca una quarantina d'anni e che ha assistito all'evoluzione dei computer da quando era bambino ed erano delle semplici scatolette con poca memoria e funzioni limitate fino ai moderni megaprocessori che fanno miliardi di operazioni al secondo e gestiscono più applicazioni alla volta senza (apparentemente) il minimo sforzo.
Ebbene per chi come il sottoscritto ha visto nei primi anni '80 film sulla deriva delle cosidette intelligenze artificiali, con esiti per lo più catastrofici, vedi "Wargames" con il computer che gioca a Risiko con un ragazzo puntando i missili veri verso l'Unione Sovietica o la serie di "Terminator" con il suo Skynet che capisce che il vero problema del pianeta è l'umanità e decide di eliminarla creando i robot del titolo, per chi ha questo background sui pericoli del lasciare troppo potere decisionale ad organismi che non sono umani, questo è il prodotto giusto.
Il geniale Finch sviluppa una di queste intelligenze che si resetta ogni sera per non diventare troppo "esperta" e che con i suoi algoritmi permette di anticipare i crimini che capitano nella città di New York, monitorando le persone comuni tramite le telecamere presenti in ogni dove. Tale intelligenza fornisce quotidianamente un codice di previdenza sociale che spetta poi a Finch decifrare per capire se si tratta di una possibile vittima o di un carnefice.
Sfortunatamente il nostro programmatore, a seguito di un incidente che lo ha menomato e che ha ucciso l'altro ideatore della macchina, non ha le capacità fisiche e la prestanza necessarie per proteggere o fermare la persona che il sistema ha indicato e qui entra in gioco John Reese, un ex militare che all'inizio della serie è un homeless che si aggira senza meta per la metro di N.Y. ma che dietro un aspetto dimesso nasconde delle capacità non comuni. Reese viene reclutato da Finch insieme al detective Fusco, a Root, una simpatizzante della macchina pazza come un cavallo ed altri personaggi magistralmente concepiti nelle loro sfumature e nella loro umanità, che costituiscono il fulcro e il collante di tutta la vicenda, che a un certo punto assumerà anche dei toni "dark" quando si aggiungerà una seconda intelligenza artificiale, nota come "Samaritan", molto più paranoica e perversa di quella ideata da Finch (anche perchè non si resetta!) e che vedrà i nostri come delle minacce da eliminare.
E ci troviamo proprio in questa situazione all'inizio della quinta stagione, che sarà anche l'ultima, con solo 13 episodi che ci separano dalla fine di questa avventura che per me è stata davvero entusiasmante. E' iniziata un pò sottotono, quasi fosse una serie minore, senza molte pretese, ma la capacità degli sceneggiatori di aggiungere sempre nuove variabili e di creare una trama articolata ha reso la serie estremamente godibile ed interessante, lasciando nello spettatore la voglia di capire cosa capiterà e quali conseguenze avranno le decisioni dei protagonisti.
Non si può definire come una serie di fantascienza in senso stretto ma sicuramente veicola dei messaggi interessanti che sono estremamente attuali, il più importante dei quali è sicuramene la paranoia americana post 11/9 per il controllo delle comunicazioni e dei messaggi che vengono scambiati sul suolo nazionale e che ha portato negli ultimi anni a numerosi dibattiti e prese di posizioni quantomeno discutibili. Questa serie porta alle estreme conseguenze il concetto di violazione della privacy, per cui nessuno può ritenersi immune dall'essere monitorato e controllato ogni ora del giorno e della notte, nell'ottica che bisogna utilizzare ogni mezzo per sventare le possibili minacce terroristiche alla sicurezza dei bravi cittadini.
Il problema consiste nel fatto che il potere decisionale sulla gravità di una possibile minaccia è attribuito finzionalmente ad una macchina, che per quanto possa essere ben programmata non ha l'umanità necessaria a garantire che venga fatta la scelta migliore, non tenendo conto solo delle variabili oggettive.
In ogni caso consiglio a tutti la visione di questo bellissimo telefilm, spiace soltanto che si sia arrivati alla fine di un lungo viaggio inziato cinque anni fa e che lascerà  sicuramente traccia nell'immaginario colletivo per la lungimiranza con cui ha affrontato alcune questioni che saranno sicuramente di pubblico dominio nel prossimo decennio.

Aggiornamento (22/06/2016)

Purtroppo la serie si è conclusa... Gli ultimi 13 episodi sono stati ricchi di trovate e colpi di scena e non si può certo dire che ci sia stato un "happy ending", visto che alla fine alcuni dei personaggi principali sono periti nel disperato tentativo di fermare Samaritan. La stessa "macchina" ha tirato le cuoia per permettere di porre fine al dominio dell'intelligenza artificiale antagonista.
Devo dire che mi è scesa più di una lacrimuccia quando sono scorsi i titoli di coda dell'ultimo episodio ma non posso dire che l'epilogo mi abbia sorpreso più di tanto, in quanto è stato fondamentalmente coerente con il tono generale della serie, chiaramente ispirato all'ineluttabilità del destino e al fatto che, per quanto ci sforziamo, le nostre azioni, seppur percorrendo strade diverse, ci condurranno sempre alla destinazione che il fato ha deciso per noi. E questo è ben rappresentato da un episodio dove la macchina ricrea virtualmente le vite dei suoi "asset" cancellando la propria esistenza e l'impatto che essa ha avuto nelle loro scelte. Come si vedrà molti dei personaggi andranno comunque incontro alla sorte che era destinati a subire, seppur con motivazioni e stati d'animo profondamente diversi.
Se qualcuno potesse pensare che abbia cambiato idea rispetto alla serie, niente di più sbagliato! Continua ad essere un capolavoro che merita di essere visto (ed apprezzato) dal grande pubblico.





venerdì 8 aprile 2016

Don Matteo e la voglia di normalità

Sono sempre stato un pò schizzinoso sulle fiction italiane.
Le ho sempre considerate di serie B, mal recitate e realizzate con pochi mezzi.
Sono sempre stato abituato a quelle straniere, molto fracassone, adrenaliniche, con storie complesse e intrecciate, con personaggi di grande carisma e ambientazioni spettacolari e di grande respiro.
Questo fino a quando non ho scoperto, tramite mia moglie, una delle più longeve e apprezzate serie programmate sulla tv di Stato, ovvero Don Matteo, con l'inossidabile Terrence Hill.
E da quel giorno la seguo con trepidante attesa ogni volta che viene trasmessa.
Don Matteo, a parte l'assurdità del fatto che il Comune di Spoleto (prima era Gubbio) ha un tasso di criminalità più alto di quello di Los Angeles e che senza l'intervento del prete in questione il comando dei Carabinieri presente non riuscirebbe a risolvere un singolo caso di quelli accaduti, ha una dimensione molto più umana e familiare di qualsiasi altra fiction. 
In parte è dovuto all'azzeccata scelta degli attori, tra cui sicuramente spicca il bravissimo Nino Frassica, una garanzia per quanto concerne gli intermezzi comici e dotato di una spontaneità recitativa unica. Anche Simone Montedoro è una scelta azzeccata come spalla "seria" nelle gag che lo vedono protagonista insieme al simpatico Frassica e tutti gli altri comprimari sono molto affiatati. Forse proprio Terence Hill è quello che, pur essendo di fatto il collante di tutte le vicende e il protagonista della serie, ha meno spessore recitativo degli altri attori. D'altronde se nei primi film all'inizio della carriera lo doppiavano, un motivo ci sarà stato! In ogni caso tralasciando il fatto che ha quasi ottanta anni e che è ancora fisicamente una roccia (basta vedere come va in bici e non so se qualcuno si ricorda quando è sceso dai gradini del Teatro Ariston in sella alla sua graziella l'anno scorso, da vero scavezzacollo!), contribuisce con la sua performance a dare un tocco rassicurante e anche un pò "retrò" all'insieme, che funziona alla grande (sicuramente meglio di quanto faccia nella fiction "Un passo dal cielo", dove la cifra artistica rimane la stessa ma si integra meno bene con il cast e con le vicende narrate).
Tralasciando le capacità recitative, quello che funziona è il tono con cui vengono raccontate le storie. Sembrano (incidenti e tentati omicidi a parte, a proposito avete notate che nelle ultime stagioni non muore più nessuno?) quelle quotidiane che sperimentiamo noi tutti i giorni. Chi ha perso il lavoro e non lo riesce a trovare, chi ha problemi economici e si deve indebitare, chi ama ma non è ricambiato e viceversa, chi aspetta un bimbo ed è preoccupato...
Insomma, sembra davvero di ritrovare dei vecchi amici che si ritrovano sulla nostra stessa barca, i quali però cercano di tirare avanti senza perdere la fiducia negli altri e nel fatto che le cose prima o poi miglioreranno. Questo perché, nonostante alcuni screzi e qualche dissapore, affrontano le cose uniti, come una vera famiglia (o presunta tale, visto che quella di Don Matteo non è molto convenzionale) e si sostengono a vicenda anche nei momenti più difficili.
Questo messaggio è quello che mi fa apprezzare questa fiction e che mi induce a continuare a vederla...
La forza della famiglia e la capacità di essere uniti nelle difficoltà mi sembrano due principi sempre più difficili da ritrovare nella società moderna ed è giusto, a mio avviso, che anche se "finti" e mediati da una trasmissione televisiva siano proposti al grande pubblico senza essere banalizzati.
Spero che le darete un'occhiata anche voi e mi confermiate di aver colto questi aspetti positivi che la rendono unica nel panorama delle serie tv.